08/01/11

Salvatore Filotico: La d.ssa A.M.Andriani, con un approccio scientifico e plurimo, pone dubbi e quesiti seri e profondi alla questione Camillo Monaco.

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[Premetto che ritengo positivo il confronto, la discussione. E' la prima volta che leggo (con soddisfazione) : "Personalmente considero i Sartorio ed il Pastorelli vittime incolpevoli ed inconsapevoli di un clima di violenza ed odi di parte che meritano rispetto e commemorazione." A farlo è l'amico Filotico con la seguente odierna mail.]

Caro Franco,
penso che sia lecito e corretto darti una risposta a quanto scrivi mettendo in chiaro alcune cose :

1) Non è mio costume né abitudine reprimere qualcuno o censurare; personalmente rispetto tutte le opinioni e le ascolto (anche quando non le condivido).
Ma altrettanto non è mio costume tacere e non prendere posizione su qualsiasi problema mi stia cuore. Non amo per nulla Ponzio Pilato né coloro che lo perpetuano non prendendo mai posizione anche se a torto. Per questo ti rispetto e ti stimo (anche quando non ti condivido): non sei un Ponzio Pilato e lo dimostri anche quando non sei condivisibile (naturalmente dal mio o altrui punto di vista). Tu sei, resti e dovrai restare libero di esprimere il tuo parere e di ospitare qualsiasi parere, ma anche libero di accettare ed ascoltare chi non ti condivide ed esprime correttamente, sinceramente e non in forma anonima il suo dissenso.

2) E' vero esprimo il mio punto di vista da discendente e per questo posso essere tacciato di essere di parte. Vedi, su questo permettimi di citare un grande educatore: Paulo Freire il quale sosteneva che “ nell'educare occorre sempre prendere posizione chiarendo sempre che si sta esprimendo il proprio punto di vista “. Bene, detto questo io credo di aver espresso sempre il mio parere chiarendo che altri punti di vista sono possibili e che illuminando bene il terreno che si sta osservando si chiarisce molto meglio cosa accade in quel territorio. Pertanto, anche nel prendere in esame eventi e fatti storici occorre farlo con documenti alla mano, riesaminando varie fonti e soprattutto contestualizzando i fatti al momento degli eventi. So benissimo che ciò che accadde non fu né bello né piacevole per nessuno, soprattutto per le vittime. Quello che chiedo è che si comprenda il fatto che vi furono ben altre responsabilità legate a tutti coloro (mons. Margarita in testa) che mestarono nel torbido ed agitarono gli animi in questi ed altri eventi. Per questo ti invitavo a rileggere gli eventi nella loro intierezza (partendo dalla questione brigantaggio per arrivare agli eventi del Natale precedente al fatto di sangue e passando per tutti i soprusi perpetrati dai borbonici negli anni antecedenti l'Unità d'Italia). Per questo motivo ti invitavo e cercare di capire anche cosa accadde il 13 aprile 1809 in Oria per cercare di comprendere chi erano i Borboni ed i loro proseliti e quali responsabilità gravissime ebbero nell'agitare gli animi degli Oritani e di cittadini di altri Comuni.

3) Quello che ho scritto a te l'ho fatto presente all'amico Tonino Benvenuto con il quale mi trovo ancora oggi a collaborare per altre cose e che resta sempre mio amico pur avendo su questa vicenda opinioni differenti. Diversa è la posizione della d.ssa Andriani che ha sempre avuto un approccio scientifico e plurimo alla questione ed alla quale non ho nulla da rimproverare in quanto pone dubbi e quesiti seri e profondi. Vedi Franco, di documenti relativi alla vita di Camillo Monaco ce ne sono tantissimi (anche presso l'archivio di Stato di Lecce e Napoli); purtroppo, però la maggior parte di essi, sinora, riguarda il periodo post unitario.

4) Questione archivi: sai benissimo perchè te l'ho espressa personalmente qual’è la mia posizione. Inoltre ho sempre cercato di collaborare con chiunque, correttamente, mi abbia chiesto del materiale. Me ne sono testimoni proprio Benvenuto, la d.ssa Andriani, il prof Ancora, l'amico Giovanni Ferraioli, Pino Malva e soprattutto il responsabile della biblioteca e dell'archivio Antonio Carone. Proprio con Antonio e Pino Malva stiamo lavorando su alcuni documenti di archivio che presto pubblicheremo. Ti informo, inoltre, che, personalmente, sto sistemando proprio una serie di materiali d'archivio relativi alla vita di Camillo Monaco che sto digitalizzando e trascrivendo anche nella prospettiva di renderli fruibili attraverso l'archivio comunale. A proposito di questo mi costringi a rivelare un fatto: più volte ed a diverse Amministrazioni ho espresso l'idea di digitalizzare i materiali d'archivio che posseggo o a microfilmarli. Purtroppo per un problema vuoi di costi, vuoi di volontà politica questo non è stato possibile. Quindi sto cercando di farlo personalmente, compatibilmente con i miei mezzi, le mie competenze ed il tempo disponibile che ho. Inoltre, sin dall'anno scorso, ho proposto alle scuole una ricerca con gli studenti su Camillo Monaco e l'Unità d'Italia mettendo a disposizione materiali d'archivio. Quindi sotto questo profilo credo che nessuno abbia nulla da rimproverarmi.

5) Non è un mistero che il Risorgimento fu voluto e fatto dalla Borghesia anche per motivi economici e politici in quanto ci si voleva liberare delle angherie di tutti i regimi e dittature che imperversavano in Italia. Contadini, Artigiani ne furono solo strumenti e (uso un termine brutale per rendere l'idea) “carne da macello” (del resto il termine non è mio ma di tanti storici di diversi orientamenti ed estrazioni culturali e politiche). Del resto, in tutte le guerre e rivoluzioni, in prima fila ci sono quasi sempre i soldati, non i generali o i politici. Purtroppo questa è una realtà amara che non piacerà a molti “liberal” di destra e sinistra, cattolici e non, ma è una realtà. Per questo anche a me piacerebbe sapere chi, in realtà, mestò nel torbido e rese possibili quei terribili fatti. Certo è incontrovertibile il fatto che la vicenda si chiuse con l'assoluzione (come tu stesso dici) e che uno dei testimoni chiave, il De Angelis, ritrattò quanto detto in prima istanza sostenendo di aver testimoniato il falso per senso di rivalsa e odi personali. Personalmente considero i Sartorio ed il Pastorelli vittime incolpevoli ed inconsapevoli di un clima di violenza ed odi di parte che meritano rispetto e commemorazione. Ti invito a rileggerti quanto scriveva agli studenti nel “68” Pier Paolo Pasolini a proposito delle contestazioni ai poliziotti per comprendere chi furono le vere vittime ed i veri colpevoli.

Infine mi sarei aspettato anche qualche tua parola su due questioni che ti pongo nel mio scritto :
* Che nesso c'è tra la celebrazione dell'Unità d' Italia e i fatti in cui fu implicato Camillo Monaco?
* Quali risposte diamo a chi vuole negare l'Unità d'Italia e separarla attraverso un federalismo egoista ed a due velocità per far tornare il nostro paese al 1815? Bene ha fatto il presidente Napolitano a ricordare che un vero federalismo solidale si realizza solo attraverso l'Unità.

Infine permettimi una brevissima risposta-invito all'amico Romualdo De Simone che, molto bene pone la questione Tricolore nelle scuole: cosa ha fatto la signora Gelmini per celebrare nelle scuole questo evento? Quali risorse ha messo a disposizione la stessa signora e questo governo affinchè le scuole potessero celebrarla degnamente? La risposta migliore l'ha data la stessa signora Gelmini: “ gli studenti: “potranno celebrarla realizzando filmati a tema attraverso i telefonini”( citazione testuale)”. Ma non ne aveva vietato l'uso proprio la signora Gelmini?.

Gardone Riviera 8 gennaio 2011
Con stima ed affetto tuo Salvatore Filotico
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Ritorno a dire che secondo quanto scritto da Benvenuto, l'assoluzione del Monaco nel processo d'appello non appare del tutto PIENA. A mio parere traspare una sorta di SCURDAMMECE DU' PASSATU..... Circa le domande rivoltemi dall'amico Filotico rispondo che, a mio parere, le celebrazioni dell'Unità d'Italia dovrebbero avvenire in ogni località della Repubblica e dovrebbero caratterizzarsi sul territorio con ciò che accadde 150 anni addietro in ogni singolo comune. Conseguentemente, a mio modesto parere, dovrebbe parlarsi delle gesta dell'oritano Camillo Monaco "ritenuto un patriota del movimento risorgimentale salentino e nazionale" e nel contempo ricordare la figura di quei tre poveretti che lo stesso Filotico, giustamente, considera "vittime incolpevoli ed inconsapevoli di un clima di violenza ed odi di parte che meritano rispetto e commemorazione"

Per rispondere circa la questione del progetto di " federalismo egoista ed a due velocità" da parte della Lega Nord dovrei allargare molto il discorso e non lo ritengo opportuno per vari motivi e, comunque, ritengo che parte di responsabilità in questo dilagare di potere e di pretese da parte dei leghisti andrebbe addebitata ai nostri rappresentanti politici in Parlamento.

07/01/11

Salvatore Filotico mi accusa apertamente di voler perseguitare la figura del suo antenato Camillo Monaco.

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Ovviamente l'amico Filotico ha diritto e facoltà di dire ciò che pensa ed a me farà sempre piacere ospitare suoi scritti in questo mio spazio.
Rimando al mittente le accuse rivoltemi con lo scritto in calce a questo post e ritorno a dire che non ho nulla di personale contro Camillo Monaco, ma come libero cittadino oritano non riesco a rassegnarmi all'idea che si vuol continuare a non far chiarezza su tutto ciò che accadde 150 anni orsono.

Non sto mettendo in dubbio ciò che di buono fece il Monaco ma vorrei capire di cosa veramente si macchiarono quei tre oritani che persero la vita quel giorno di Pasqua. Non voglio fare del revisionismo, non voglio riscrivere la storia, ma voglio solamente capire e nessuno può togliermi il diritto di utilizzare ogni mezzo per solleticare tante coscienze sopite. Sinceramente mi sembra assurdo.... tantissimo assurdo sapere che esistono testi di storici del passato che raccontano minuziosamente fatti verificatisi ad Oria tanti secoli addietro e non avere invece un solo rigo da tramandare ai posteri su ciò che è accaduto appena 150 anni addietro.


Non sono forse libero di poter ricordare la morte di quelle tre persone ..... strappate ai loro cari per cause ancora poco chiare?

Trovo vessatorio nei miei confronti questo atteggiamento (l'unico in verità) ogni qualvolta evidenzio questa anomalia. Comprendo il risentimento dell'amico Filotico in quanto discendente del Camillo Monaco, ma al posto suo, e degli altri discendenti del medesimo, vivi o defunti, da tempo avrei reso pubblico (dandolo alle stampe) tutto il materiale esistente nei propri archivi personali. Ognuno sarebbe libero di farsi una propria idea. Continuare a non farlo fa sorgere inevitabilmente dei dubbi circa la buona fede ... almeno in persone come me.

Quasi sempre la storia in passato non è stata scritta da quei contadini ed artigiani che cita l'amico Filotico, bensì da borghesi ed acculturati secondo ciò che era il proprio punto di vista.
Sono fermamente convinto di ciò anche in relazione a quanto ho scoperto e scritto in un post circa la modifica apportata nel 1966 o 1967 all'originale testo del Corteo Storico e Torneo dei Rioni da persona acculturata tuttora vivente.

Nel nostro caso, ad eccezione del libro scritto dal figlio Attilio Monaco, non abbiamo un solo rigo che sia stato pubblicato a fronte di tanto materiale inedito che dovrebbe certificare (come asserisce Filotico) "l'operato di Camillo Monaco sia prima dell'Unità d'Italia sia sino alla sua morte."

Mi chiedo e chiedo a Filotico se i rimproveri che sta muovendo a me pubblicamente li ha mai mossi anche al prof. Antonio Benvenuto o alla D.ssa A.M.Andriani, la quale in qualità di responsabile della locale sezione dell'Istituto per il Risorgimento Italiano, nel 2006 ebbe a scrivere in un libro:

[……solo uno studio incrociato delle fonti reperibili potrebbe fare emergere più chiaramente la figura di Camillo Monaco.
La proposta editoriale della sua biografia delineata dal figlio Attilio, arricchita anche dell'Albero Genealogico della famiglia Monaco e degli Indici dei nomi e dei luoghi, offrendo altra materia di riflessione, vuole essere un invito ad ampliare e approfondire le ricerche.]
Ricordo a me stesso che circa l'assoluzione (riferita come -piena- da Filotico) di Camillo Monaco per la morte dei Pastorelli e Sartorio nel giorno di Pasqua del 1861, il prof. Benvenuto nel 1985 così ebbe a scrivere:
[Il verdetto fu di assoluzione per il Monaco e per tutti gli altri imputati con le seguenti motivazioni:
- molti omicidi, consumati durante quegli anni di trapasso politico, erano rimasti impuniti;
- la causa era stata celebrata dopo diverso tempo dall'avvenimento dei fatti;
- l'esasperata faziosità dei testimoni a carico e a scarico aveva nociuto alla ricerca della verità.]
Sono disposto a pubblicare qualsiasi cosa a beneficio della figura di Camillo Monaco che l'amico Filotico volesse inviarmi. Penso di aver dato dimostrazione di averlo già fatto in passato.
Parimenti continuerò a pubblicare eventuali reprimende nei miei confronti a firma dell'amico Salvatore Filotico, riservandomi la facoltà di replicare e difendermi adeguatamente da eventuali accuse come quelle odierne.
Ovviamente l'amicizia con l'amico Salvatore Filotico rimarrà quella di sempre!
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Caro Franco,
stavolta devo dirti, con molta franchezza, che non condivido assolutamente il tuo modo di approcciare le celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia.
In un momento in cui ci sono forze politiche culturalmente e moralmente retrograde che si permettono di mettere in discussione l'Unità d'Italia e che vorrebbero riportare l'orologio della storia a periodi in cui l'Italia era asservita a dominazioni di vario tipo e fondamentalmente dittatoriali, ti assicuro che nessuno sente il bisogno di creare nuove contrapposizioni o creare una sorta di rimpianto per un periodo oscuro come quello borbonico.



Bene ha fatto il Presidente Napolitano a ricordare che un vero federalismo solidale è possibile solo all'interno di un Paese Unito che non può viaggiare a due velocità come vorrebbero i fautori di un federalismo che ha all'orizzonte processi secessionisti.
Ti invito a rileggerti la storia d'Italia nell'ottocento e se ne hai l'opportunità anche il rapporto sul brigantaggio del sen. Massari al Parlamento Italiano del 1861 per capire cosa era l'Italia meridionale in quei giorni e cosa fu il Risorgimento.

So benissimo che neppure i Savoia sono esenti ed immuni da critiche ed hanno delle colpe enormi dal 1860 sino al 1945 ma se vuoi di questo parleremo in altra sede.
Ma soprattutto, non comprendo davvero cosa c'entri con le celebrazioni dell'Unità d'Italia e con le colpe vere o presunte dell'Amministrazione Comunale uscente in merito il tuo voler perseguitare la figura di Camillo Monaco in questa sede.
Oltretutto continui ad utilizzare una chiave di lettura dei fatti molto unilaterale, cioè quella che emerge dagli atti d'accusa del processo, fondamentalmente basati sulla testimonianza del De Angelis dimenticando che, successivamente, nel processo d'appello, conclusosi con la piena assoluzione del Monaco, lo stesso ritrattò completamente tutte le sue dichiarazioni e che alcuni dei testimoni furono borbonici.

Credo che tu abbia perso di vista completamente il clima ed il contesto dei fatti ancora intriso da odi di parte e livore politico, hai, inoltre perso completamente di vista quanto accadde durante il Natale precedente gli eventi in cui i borbonici continuarono a sobillare molti cittadini ed a provocare astio e scontri.
Hai anche perso di vista tutta la storia dell'Italia meridionale e di Oria e dintorni (forse se ti leggessi Pietro Palumbo. “Storia di Francavilla” avresti le idee molto più chiare; dovresti ricordare quanti cittadini finirono in carcere grazie ai borbonici ed al comportamento di mons. Margarita e dei suoi accoliti (alcuni di essi persero la vita come il suocero di Camillo Monaco: Luigi Leanza). Sarebbe necessario anche controllare quali erano le condizioni di vita dei contadini e degli artigiani (anche se la stessa borghesia che fece il Risorgimento non può dirsi completamente esente da colpe).

Ti invito anche a leggerti cosa accadde nel 1809 ad Oria nella notte del 13 aprile nella quale per colpa dei sobillatori borbonici decine di contadini oritani persero la vita per capire quale era la tattica politica dei Borboni : creare il caos per poi accusare delle colpe gli avversari.
Forse sarebbe utile che tu parlassi anche dell'operato di Camillo Monaco sia prima dell'Unità d'Italia sia sino alla sua morte, ne uscirebbe un quadro molto diverso da quello che tu proponi unilateralmente.

Tutti gli uomini politici possono operare ottimamente e, contemporaneamente, commettere errori ma vanno giudicati nel complesso del loro operato.
Pensa se dovessimo utilizzare il punto di vista degli indios americani per giudicare Colombo e dei galli per giudicare Giulio Cesare e così via........

Pertanto, con la stima e l'affetto di sempre (ma gli amici restano tali anche nei momenti di discussione e confronto tra diverse opinioni) ti chiedo cortesemente di pubblicare quanto ti scrivo per la completezza dell'informazione.
Salvatore Filotico

21/03/10

Salvatore Filotico fornisce un ulteriore contributo alla questione "Camillo Monaco"

.21 marzo 2010

Alcune dovute, ulteriori precisazioni su Camillo Monaco.

Caro Franco ,
come sempre ti sarò grato se vorrai ospitarmi e dare lo spazio che riterrai opportuno. Non voglio, infatti, togliere spazio ad altri e magari molto, più qualificati di me (e ve ne sono te lo assicuro, iniziando da chi hai voluto ospitare nel tuo opuscolo).
Desidero fare alcune ulteriori precisazioni :
• Proprio la citazione che tu fai del testo di Benvenuto è quella che maggiormente mi lascia perplesso in quanto non riporta tutti i testimoni a discarico e le motivazioni dell’assoluzione del Monaco. Alcuni dei personaggi che sostennero che non vi erano motivi per temere movimenti di piazza o che fu il Monaco ad aizzare la guardia sono gli stessi che, in altri documenti, vengono accusati di “doppiogiochismo“ e comportamenti ambigui iniziando, se ricordo bene, in questo momento cito a memoria e quindi potrei sbagliarmi, proprio dal De Angelis. Lo ripeto, considero molto più attenta e storicamente corretta la posizione della d.ssa Andriani che apre ampi spiragli per la discussione in futuro. Non vorrei, piuttosto che l’azione del Monaco e dei patrioti oritani che con lui operarono fosse vista solo con la chiave di lettura legata a questa vicenda e non a tutta l’azione politica risorgimentale in Oria. Allora sì si rischierebbe la criminalizzazione (un pò come sta avvenendo con certa discussione sul problema, molto complesso e più grave, delle foibe)
• Se mi sono permesso di chiamare in causa

due storici del calibro di le Goff e Bloch ti assicuro che non l’ho fatto per presunzione (cosa che non fa parte del mio modo di essere e chi mi conosce bene lo sa) ma esclusivamente per riaffermare il principio che quando si vuol prendere in esame un problema storico/politico occorre farlo con un certo rigore e seguendo certi principi. Certamente tutti hanno il diritto/dovere di occuparsi della storia del proprio paese e, grazie a Dio, esistono persone come te che lo permettono e lo agevolano. Ma, quando si deve esprimere un giudizio, occorre farlo con un certo rigore scientifico. Tutto qui.
• Personalmente sono stato sempre ben lieto, sinora, di mettere a disposizione di amici ed amiche alcuni documenti che riguardano la mia famiglia proprio perché ritengo che la storia debba essere la base per progettare il futuro di un territorio perché ne costituisce la memoria e custodisce le radici dell’identità di un popolo. Credo di averti parlato anche, da amico, di alcuni dubbi che ho su questa mia scelta alla luce dei fatti (ma questo credo interessi molto poco i lettori).
• Quanto al fatto che del Monaco ci sia un ricordo testimoniato sia dalla toponomastica sia dall’intitolazione della scuola e manchi un ricordo delle vittime della vicenda credo che sia dovuto anche e soprattutto alla sua opera come patriota e politico. Questo non toglie nulla alla gravità dei fatti dei quali ribadisco ritengo colpevole chi fu regista del tentativo di riscattare un regime illiberale ed affamatore.
• In quanto ai fatti di Genova sai, anche tu e meglio di me, che vi fu una regia occulta sia da parte di chi provocò il clima e gli scontri sia da parte di chi operava nella cabina di regia delle forze dell’ordine. Da una parte si voleva il caos dall’altra la reazione svolta nella maniera più retriva. Purtroppo questo è il clima che si viene a creare quando non vi è cultura dell’ascolto e non vi è informazione corretta e pluralista oppure si considera la storia un semplice raccontino che la scuola deve trasmettere. Chi paga, poi, queste scelte sono quasi sempre le pedine. Questo fu un errore commesso da chi volle il Risorgimento ma, poi, poco fece per l’educazione popolare delle masse contadine ed operaie. Questo errore lo pagammo, poi, al tramonto del Risorgimento, con la dittatura fascista .
• Infine permettimi un'ultima precisazione, sapevo benissimo della vendita dell’antico forno Camposeo ma mi sono astenuto dallo scriverlo perché penso che nulla c’entri con la vicenda in quando coinvolge la vita di privati cittadini. Diversa è la questione che tu poni dello stemma che potrebbe essere una chiave di volta nella soluzione del mistero “casa Milizia” e lì, davvero, inviterei uno come Giovanni Ferraioli a darci una mano.

Ti ringrazio sempre della cortese ospitalità e del fatto di porre sempre questioni interessanti ed utili per la crescita civile di Oria e del territorio.
Salvatore.

20/03/10

Sulla questione Camillo Monaco interviene Salvatore Filotico, suo discendente.

.20 marzo 2010
Caro Franco,
desidero scriverti queste poche righe dopo aver letto attentamente l’opuscolo che, gentilmente, mi hai dato, contenente alcune riflessioni su alcune pagine del Risorgimento che riguardano Camillo Monaco e nelle quali vengo più volte citato in quanto possessore della documentazione relativa ai fatti.
Desidero farlo perché, a seguito di quanto hai pubblicato sul tuo blog circolano alcune notizie molto imprecise e distorte circa la figura di Camillo Monaco.
Mi è capitato, proprio questa sera in piazza Manfredi di sentire un ragazzo (che non conosco e che forse non sapeva neppure con chi parlava) fare degli apprezzamenti francamente intollerabili su Camillo Monaco definendolo un criminale.
Voglio, qui chiarire alcune cose, che mi stanno a cuore come cittadino e discendente di Camillo Monaco.

Non voglio, per ora, entrare dettagliatamente, sulla base di documenti anche inediti, nella ricostruzione dell’episodio a cui fai riferimento.
Voglio anche rettificare alcune imprecisioni contenute nel tuo opuscolo.
Premetto che anche io, essendo, in un certo senso, parte in causa, posso essere accusato di partigianeria nel rileggere le vicende ed i fatti, ma si sa che l’oggettività la possiede solo l’Altissimo. Cercherò, pertanto di attenermi ai fatti calandoli nel contesto storico e politico del tempo.
Premetto ancora che ho imparato i rudimenti del metodo storiografico (e parlo di rudimenti e non strumenti in quanto mi considero un dilettante e non un vero storico) dagli studi di Bloch e di Jacques Le Goff che oggi sono ancora considerati i più avanzati in materia. La storia non si può fare con l’intento di riabilitare qualcosa, qualcuno o una parte politica senza scadere nel falso e nel revisionismo o negazionismo.
Tu ti professi amante delle cose del passato ed appassionato di storia locale e scrivi che ti piace impiegare il tuo tempo nella ricerca di informazioni sulla storia ed il passato di Oria. Questo ti fa onore, magari tanti lo facessero con il tuo stesso amore.
Purtroppo per far questo, però ti servi non di documenti e fonti dell’epoca ma di scritti di persone che hanno letto parte di questi documenti. Ti assicuro che neppure io ho avuto, sinora mai il tempo di leggerli tutti con calma. Mi riservo, finalmente, oggi che sono in pensione. Sicuramente, però, posso dire di aver letto qualche documento in più di alcune persone che tu citi e di essermi fatto un’idea dei fatti e delle vicende abbastanza articolata.
Su una considerazione ti riconosco alcune ragioni: il fatto che a Camillo Monaco, comandante della Guardia Nazionale ed appartenente alla borghesia liberale non mancassero i mezzi per difendersi in un processo, a differenza delle persone coinvolte nei fatti. Mezzi che però erano a disposizione di chi quella rivolta ispirò e della quale fu regista. Mi riferisco ai borghesi nostalgici del regime borbonico ed a quella parte della Chiesa (orchestrata abilmente da Mons. Margarita) che aveva non solo nostalgia del regime precedente e dei poteri temporali persi nel 1860/61 ma anche forti interessi economici in gioco. Dalle carte risulta, se lette con attenzione e senza spirito di parte, che sin dai giorni precedenti costoro si erano messi in moto per suscitare il malcontento popolare. Anche sul fatto poi che Benvenuto faccia riferimento a precedenti penali di alcuni componenti della Guardia Nazionale sarebbe da verificare a quando risalirebbero questi precedenti per capire se non fossero frutto di accanimento della polizia borbonica (della quale Mons. Margarita si serviva ampiamente). Inoltre proprio il Benvenuto cita i testimoni a carico ma poco dice sui testimoni a discarico degli imputati che permisero l’assoluzione del Monaco.
Molto più corretta dal punto di vista storico mi pare la lettura che offre del contesto la Dottoressa Andriani che lascia spazio ai dubbi ed a piste di approfondimento e ricerca.
Affermi di non capire la decisione di intitolare al Monaco la scuola elementare “C. Monaco” dimenticando che la scuola fu intitolata allo stesso proprio nell’anno del centenario e chi fece questa scelta lo fece pensando ai diversi patrioti oritani. Forse ignori anche che il Monaco come amministratore si occupò anche di scuola e di educazione. Tracce di questo impegno le puoi ritrovare nella documentazione relativa all’asilo comunale e nella documentazione sulle scuole elementari. In quanto poi alla citazione che fai del figlio Dante non capisco cosa c’entri la laurea in legge con l’intestazione della scuola. O forse vuoi dirmi che l’educazione deve prescindere dalla storia e deve occuparsi solo di trasmettere contenuti (come fa l’attuale pseudoministro dell’istruzione?).
In quanto all’abitazione oggi di mia proprietà essa non è mai stata in possesso della famiglia Monaco in quanto apparteneva alla famiglia Contento sin dalla fine del 1700. Alla famiglia Contento era pervenuta in donazione da parte del canonico Barsanofio Italiano che ivi abitava e possedeva un frantoio (oggi abitazione del dott. Cesare Leone). Il canonico, morendo, l’aveva lasciata in eredità ad una nipote sposata con il dott. Cosimo Contento nonno paterno di mia nonna Beatrice Contento in Filotico (discendente, per parte di madre, da Camillo Monaco). [N.B.: nell'articolo interessato ho corretto l'imprecisione secondo quanto riportato da Filotico, NdR]
Per quanto concerne l’abitazione attuale della famiglia del Preside Mazza io ho sentito sempre che la casa apparteneva alla famiglia Monaco ma, sino ad ora, non ne ho trovato documentazione che lo accerti con sicurezza.
Inoltre ti assicuro che io non ho alcun documento (o almeno sinora non ne ho trovati ) che attestino il possesso, da parte della famiglia Monaco dell’attuale abitazione di Giulio Caforio. Che io sappia nel secolo scorso ( ossia sin dai primi anni del 1900 ) quell’abitazione era in possesso della famiglia Montanari che poi la cedette a Emilia Mazza. La parte posteriore ( quella dove c’è l’arco che dà nel vicolo retrostante la casa) era di proprietà della famiglia Camposeo e di altri. La famiglia Camposeo, ivi, gestiva uno dei forni più antichi di Oria che ancora è integro ed è molto bello.
In quanto allo stemma ti pregherei di osservarlo meglio perché lo stemma della famiglia Monaco ritrae un ippogrifo che regge un globo d’argento. Lo stemma nella foto ritrae un altro animale, ai cui piedi sembra esserci un personaggio che, personalmente, non riesco a distinguere con chiarezza e quello in alto più che un globo mi sembra un fiore. Su questo forse il prof. Giovanni Ferraioli potrà esserci molto più di aiuto.
Su quanto scrive il prof Benvenuto, persona che stimo ed alla quale sono legato da amicizia sincera non condivido la lettura che ha dato delle vicende.
Si tratta di una lettura molto partigiana e finalizzata alla riabilitazione di Mons. Margarita. Mi riservo di scrivere in seguito dopo una rilettura più approfondita delle carte (anche di materiali inediti).
Del resto della figura di Mons Margarita ce ne possiamo fare un’idea leggendo le parole del Turrisi, di Palumbo e di Argentina e non mi sembra che ne esca una figura molto limpida come sacerdote, anzi.
Mi limito solo ad invitarti a riflettere sul contesto politico dell’epoca ed a paragonarlo (sia pure in piccolo) a ciò che accadde in Italia subito dopo la Resistenza o anche a ciò che accadde dopo i moti del 1848. Tutti i cambiamenti portano resistenze, odi e violenze e del resto non erano da meno i briganti borbonici come testimonia la stessa dott.ssa Andriani in una sua pregevole ricerca.
Il clima era ancora infuocato e quindi anche gli scontri erano quotidiani.
La mia non è una giustificazione della violenza ma un tentativo di spiegare e capire. Dalla lettura del carteggio e dalle testimonianze si evince anche che si tentò di evitare lo scontro ma gli animi erano molto eccitati.
Del resto, spostandoci in un altro contesto non è ciò che accadde a Genova durante il G8? O non è ciò che accadde nei moti di Avola o di Reggio Emilia? Quando la lotta politica arriva all’estremo ed allo scontro di piazza e tra piazze spesso avvengono fatti simili e, a mio parere, i veri responsabili vanno ricercati in chi usa le piazze come pedine del gioco politico e non solo chi in quelle piazze poi agisce da protagonista.
Comunque, al di là delle responsabilità nella vicenda non vorrei fosse sminuito il ruolo del Monaco e dei patrioti che s’impegnarono per liberare l’Italia da un regime illiberale.
Anche qui, qualcuno, e non a torto, potrebbe obiettare sugli errori dei Savoia e dei governi di destra e sinistra sulla politica economica, industriale, agricola e dei trasporti al Sud .
Anche qui sarebbe interessante il dibattito e sarebbe utile rileggersi gli studi di Salvemini, Nitti, Giolitti, Croce etc. sul problema; ma non è questa la sede per discuterne.
Detto ciò, per ora mi fermo qui e, comunque, voglio ringraziarti per aver suscitato, in qualche modo un dibattito culturale in Oria (cosa rara in questi tempi nei quali contano molto più l’aver e l’apparire rispetto all’essere ed all’agire).
Vorrei solo pregarti di dare pubblicità a queste mie riflessioni ed a questo mio contributo affinché si conosca meglio la Storia locale e del territorio (ma anche la Storia nazionale) in un momento in cui da più parti si cerca di negarne il valore.
“ Chi non ha memoria del proprio passato non può progettare il futuro “ ( Primo Levi )
Ti saluto e ti abbraccio con stima ed affetto
Oria 19 marzo 2010 Salvatore Filotico

Ringrazio l'amico Salvatore Filotico per questo suo prezioso contributo. Spero che ve ne siano altri ancora, e non solo suoi, ma anche di altri cittadini, i quali senza voler "criminalizzare" Camillo Monaco, possano dare un contributo al fine di fare chiarezza su tutto ciò che accadde 150 anni orsono ad Oria. Mi corre l'obbligo di evidenziare che se "circolano alcune notizie molto imprecise e distorte circa la figura di Camillo Monaco", come asserisce Filotico, non posso certamente essere ritenuto responsabile io di ciò. Tampoco il prof. Antonio Benvenuto o la D/ssa Andriani. Evidentemente qualcuno è rimasto inorridito nel leggere della morte di tre persone, il 31 marzo 1861, in circostanze ancora non del tutto chiare, ed avrà tratto liberamente le proprie conclusioni! Non dimentichiamo che in Italia è in atto una sorta di revisionismo di tutto ciò che fu la storia italiana in quegli anni. I briganti e lo stesso Garibaldi vengono visti oggi con diversi occhi. Riservandomi di intervenire ancora nella questione vorrei dire qualcosina circa l'analogia fatta da Filotico con i fatti del G8 a Genova. Non mi sembra che vi siano ancora zone d'ombra nella vicenda di Genova. Per la morte di Carlo Giuliani alcuni sono stati condannati ed anche obbligati a risarcire le parti (leggere QUI). Camillo Monaco a differenza dei fatti di Genova venne processato 8-9 anni dopo la morte del Pastorelli e dei due Sartorio, e questo fu uno dei motivi per i quali venne assolto. E' tuttora attivo un comitato pro Carlo Giuliani (leggere QUI) e sono certo che il Giuliani non sarà dimenticato, qualcuno si farà promotore per intitolare a suo nome un qualcosa a perenne ricordo. Sono anche certo che MAI sarà intitolata una scuola od altro a qualcuno dei responsabili dei fattacci del G8 a Genova.
Mi chiedo e vi chiedo: "E' giusto che i tre oritani che morirono disgraziatamente il giorno di Pasqua 1861 in Oria per mano di elementi della Guardia Nazionale al comando di Camillo Monaco, debbano essere dimenticati per sempre.... da tutti noi?" Copio-incollo un passaggio del documento-analisi a firma del prof. Benvenuto: [Che l'intervento della Guardia Nazionale fosse inutile lo si deduce ampiamente dalle deposizioni rese durante il processo:
Francesco D'Amico, guardia nazionale, dichiarò che né il sabato né la domenica di Pasqua vi era ragione di temere una rivolta.
Vincenzo D'Amico disse che in quella maniera si erano voluti togliere di mezzo i «retrivi».
Angelo De Angelis, guardia nazionale, disse che la Guardia non era stata né minacciata né provocata.
Domenico Greco definì le Guardie Nazionali «schiuma di briganti», protetti dal Monaco. Giovanni Toscano, guardia nazionale, accusò il Monaco, dicendo che fu lui ad aizzare le guardie.
] Il fatto che Filotico afferma oggi che esistono documenti ancora inediti circa la storia oritana di quegli anni, avvalora la tesi (mia e di altri) che fino ad oggi non c'è mai stata la volontà da parte di politici e studiosi locali di analizzare il tutto con o senza "
metodo storiografico secondo Bloch e Jacques Le Goff. "In relazione poi all'accenno che Filotico fa alla casa che un tempo era di Emilia Mazza ed oggi di Giulio Caforio, devo evidenziare che egli forse sconosce che il medesimo Giulio Caforio di recente ha acquistato anche il forno dei Camposeo e quella casa al civico 36 ove trovasi situato sul fronte lo stemma che secondo me potrebbe essere dei Monaco. Quella casa era divenuta di proprietà del defunto Ntunucciu Camposeo (celibe, falegname, componente la banda cittadina, soprannominato Santuroccu) negli anni Ottanta.

09/03/10

Camillo Monaco (Oria 1819-1896) Fu vera gloria? E' giunta l'ora: a noi posteri l’ardua sentenza.

. 9 marzo 2010
Camillo Monaco (Oria 1819-1896)
Fu vera gloria? A noi posteri l’ardua sentenza.

Secondo il mio modesto parere è giunta l’ora di fare luce sui fatti accaduti in Oria 150 anni fa, che causarono, fra l’altro, la tragica morte di tre oritani, all’indomani dell’Unità d’Italia.
Corredo questa mia “postulazione di causa postuma” con pezzi tratti da alcuni testi degni di fede.
Perché lo faccio? Per vari motivi:
- ho tempo da perdere (come ama dire di me qualche onorato concittadino);
- sono amante di storia locale e di cose del passato in genere e mi piace analizzarle secondo un mio punto di vista, critico e da spirito libero, che non ama omologarsi al comune senso del pensare e dell’agire;
- ho vissuto per dieci anni nel centro storico e precisamente in Via Camillo Monaco, n°36 …. e detto nome è rimasto scolpito nella mia mente, in considerazione che istintivamente leggevo almeno una volta al giorno la marmorea targa toponomastica: “Via Camillo Monaco – Maggiore Guardia Nazionale 1819 – 1896 – Anticamente Li Chianchizzi”. (Il contenuto della targa a dire il vero è alquanto modesto rispetto all’importanza che è stata data al personaggio dai suoi contemporanei);
- ho letto testi di due esperti di storia locale, Antonio Benvenuto (anno 1985) e Anna Maria Andriani (anno 2006), i quali auspicano, per i fatti di allora, un approfondimento negli studi e nelle ricerche da parte di studiosi.

Antonio Benvenuto:
[Un'ombra, dunque, cala su questa figura (Camillo Monaco) che l'opinione pubblica ha sempre ritenuto un eroe garibaldino e che in seguito al ritrovamento del Carteggio appare piuttosto un fazionario violento e prepotente.
Quale delle due immagini è la vera?
Agli studiosi la risposta!
Noi ne abbiamo voluto parlare non per desiderio di dissacrare e gettare nel fango la personalità di un uomo ma per amore della ricerca storica e della verità.];

A.M. Andriani:
[……solo uno studio incrociato delle fonti reperibili potrebbe fare emergere più chiaramente la figura di Camillo Monaco.
La proposta editoriale della sua biografia delineata dal figlio Attilio, arricchita anche dell'Albero Genealogico della famiglia Monaco e degli Indici dei nomi e dei luoghi, offrendo altra materia di riflessione, vuole essere un invito ad ampliare e approfondire le ricerche.]

- per farlo, ho pensato: ”quale migliore occasione della celebrazione del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia? (17 marzo 1861 – 17 marzo 2011)”

- sono convinto che tale delicato compito può essere svolto con professionalità dall’Istituto di Storia per il Risorgimento Italiano, Comitato provinciale di Brindisi, presieduto dalla prof/ssa Anna Maria Andriani, oritana;

- certamente nessuno può pensare che è mio intento dissacrare e gettare nel fango la personalità di Camillo Monaco. Lo faccio solo ed esclusivamente per amore della ricerca storica e della verità…… ed eventualmente onorare anche la memoria di quei tre sventurati oritani che quel nefasto 31 marzo 1861 ebbero la sventura di imbattersi nei “bravi” della Guardia Nazionale al comando di Camillo Monaco, il quale, attraverso una lettura delle carte oggi potrebbe apparire a noi colpevole (se non responsabile) di aver abusato di poteri a lui conferiti. Una cosa è certa: al Monaco non mancarono certamente i mezzi per pagare i migliori avvocati per difendersi. Stessa cosa può dirsi per le famiglie di quelle vittime? Qualcuno si costituì parte civile?

- se posso capire la decisione del Consiglio Comunale (formato da liberali), in data 29 ottobre 1899 di dedicargli una via ed un paio di vicoli, non posso altrettanto facilmente capire il motivo per il quale negli anni “60, forse in occasione del I° Centenario dell’Unità d’Italia, l’amministrazione comunale oritana ha deciso di intitolare al Monaco addirittura la nuova scuola elementare (l’attuale II° circolo). Mi chiedo e vi chiedo: era proprio necessario tributargli tanto onore? O forse Oria non aveva altri personaggi del passato più illustri e più dotti del Monaco? Lo stesso figlio Dante nel manoscritto “Ricordi di famiglia” afferma che il padre non si è mai laureato in legge “distratto com’era da mene politiche”. O forse gli amministratori comunali degli anni “60 sconoscevano il contenuto del Carteggio relativo al “Processo a Camillo Monaco per i fatti del 31 marzo 1861”?

La seguente foto è tratta dal libro-biografia di Camillo Monaco “Un Attendibile”. Il figlio Attilio indica quel fabbricato come “La casa Monaco ad Oria”.


Oggi quella casa, di fronte alla Basilica Cattedrale, sulla destra della piazza, è come la vedete in quest’altra foto.

In Oria i Monaco avevano vari possedimenti, inclusa una masseria in contrada Salinelle.

Concludo col dire che per l'occasione ho creato un blog tematico-commemorativo (http://oria1861-2011.blogspot.com).

Dopo questa breve e doverosa introduzione vi invito a leggere quanto sopra accennato.

Oria, marzo 2010.

Franco Arpa, libero blogger di Oria (socio Archeoclub d’Italia)
www.arpa-oria.it


Prof. Antonio Benvenuto (anno 1985)
Il processo a Camillo Monaco per i fatti del 31 marzo 1861 e la situazione politica in Oria. (Quaderni del Liceo Scientifico di Oria)
Camillo Monaco nacque in Oria il 23 febbraio 1819 da famiglia facoltosa. Fu liberale, anticlericale e antiborbonico e,

come afferma Casimiro Mangia (Breve Guida Topografico-Storica della Città di Oria. Ed. Marrazzi, Oria 1961) «capo ceppo» della setta clandestina antiborbonica di Oria.
Soggiornò moltissimo a Napoli, dove studiò, conseguendo il Diploma di Belle Lettere, Filosofia e Giurisprudenza, nel 1845, e dove forgiò il suo temperamento di politico antiborbonico col frequentare i famosi Caffé «Buono», «De Angelis», «Danzelli», «Gran Bretagna», «Ercolano» e «Comito», luoghi di convegno di tutti quei «riscaldati» (testualmente riportato nella biografia scritta dal figlio Attilio, dal titolo Un Attendibile) che aspiravano alla realizzazione di un'Italia libera e indipendente.
Risiedendo in Oria, tesseva le fila antiborboniche, incontrandosi spesso nel Caffé «Persico» di Lecce con gli altri «liberali» di Terra d'Otranto.
A 31 anni, Camillo Monaco, nonostante questa militanza politica, non era ancora ritenuto un «sovversivo» dalle autorità napoletane; lo fu soltanto quando, su personale richiesta decise di congedarsi dal Corpo delle Guardie d'onore del Re, nel quale si era arruolato appena ventunenne.
Il Monaco, infatti, siccome i Mazziniani e i liberali cavuriani avevano intrapreso iniziative più marcate nel Sud d'Italia per scrollare il regime borbonico, sentì che era giunto anche per lui il momento di aumentare il suo impegno politico, muovendosi tra Oria, Lecce e Napoli con maggiore insistenza.
Per questo motivo, l'11 gennaio 1851 fu sottoposto a interrogatorio: I giudici volevano sapere qualcosa sulla sua passata permanenza in Napoli e sui suoi continui spostamenti.
Rinchiuso nelle carceri di Santa Maria di Capua per 55 giorni, fu poi liberato, ma rimase incluso nella lista degli «Attendibili».
L'anno seguente, precisamente il 27 agosto 1852, la sua casa di Napoli fu sottoposta ad accurata ispezione dall'ispettore Franco Cangemi che vi trovò carte e materiale giornalistico, a suo dire, interessanti.
Ritenuto «sovversivo», Camillo Monaco trascorse, quindi, gli anni tra il 1851 e il 1859, ora sotto sorveglianza speciale, ora in carcere, ora al confino.
Intanto il Regime borbonico volgeva alla fine. A nulla era valsa la concessione della Costituzione, né il viaggio, che il Re Ferdinando II aveva fatto pur tra il tripudio di tante popolazioni pugliesi, come quella di Oria, di Sava, di Fragagnano, di Carosino e di San Giorgio, aveva riavvicinato al trono borbonico le masse di tante città.
Lo stesso Re sembrava esserne consapevole. La frase che il Re pronunciò alla moglie «Teré, che brutto viaggio facimmo sta vota» ha tutta l'aria di un vaticinio.
Il 22 maggio, Ferdinando dovette abdicare in favore del figlio, Francesco II, ma anche questa iniziativa politica non valse a scongiurare la fine del regno delle Due Sicilie.
Garibaldi con i suoi «picciotti» aveva liberato la Sicilia ed ora sul Volturno sbaragliava l'ultima resistenza borbonica.
Il 17 marzo 1861, l'Italia era finalmente proclamata «unita, indipendente e monarchica».
I riconoscimenti politici che Camillo Monaco ricevette per la sua opera di cospiratore e di patriota in appoggio alla causa unitaria, furono molti, ma quello che gli diede un enorme prestigio personale e l'autorità di intervenire, in nome di Garibaldi prima e di Vittorio Emanuele II poi, nelle faccende politiche e amministrative del Comune di Oria, fu la nomina di «Commissario Straordinario del Comune», affidatagli dal Governo Provvisorio Dittatoriale di Napoli, il 6 settembre 1860.
Organizzato un Corpo di Guardie Nazionali, il Monaco fu nel paese l'unico responsabile dell'ordine pubblico e l'indiscusso capo politico.
Non tutti gli Oritani erano, però, diventati «liberali» e «filopiemontesi».
Molti cittadini mal sopportavano il nuovo corso storico e aspettavano un'occasione propizia per intervenire.
La scintilla fu provocata il giorno di Pasqua, 31 marzo 1861, circa due settimane dopo l'Anniversario della proclamazione ufficiale dell'Unità d'Italia.
Il tumulto pubblico, scoppiato in Piazza Manfredi verso l'imbrunire, fu però prontamente stroncato dalla Guardia Nazionale. Il figlio del Monaco, suo biografo, liquidò l'avvenimento con poche battute, come un fatto di poco conto. Ma non fu di poco conto!
In quella circostanza, infatti, la Guardia Nazionale si macchiò del sangue di tre cittadini, uccisi a colpi di baionetta, e di numerosi feriti.
Già l'aria che si respirava nel paese in quegli anni era surriscaldata a causa delle fazioni politiche fortemente contrapposte dei «liberali» e dei «borbonici».
Finanche il Clero in Oria e nell'intera Diocesi era diviso.
Da un lato vi erano i sacerdoti fìloliberali e amici del Monaco; dall'altro i sacerdoti conservatori, legati al «borbonico» Monsignor Margherita, Vescovo di Oria.
Attilio Monaco afferma nella biografia paterna che Monsignor Vescovo era un «appassionato difensore della causa borbonica, procurandosi, per questo, l'odio di molti e il domicilio coatto nel 1860».
Insomma, la faziosità politica era tale in Oria che alcune famiglie tentarono di uccidere il Vescovo che celebrava in Cattedrale un Pontificale, sparandogli addosso dall'alto della cupola e la Chiesa oritana, dopo la fuga del Vescovo, cadde in uno scisma che durò ben tre anni.
Una cosa è certa: la caduta dei Borboni arrecò in città persecuzioni, angherie e soprusi da parte dei vincitori «liberali» e il tumulto sedato nel sangue ne è la prova più evidente.
Dopo cinque anni di potere assoluto da parte della fazione liberale, le elezioni del 1866 videro nell'Amministrazione Comunale la vittoria dei Conservatori.
Camillo Monaco, passato all'opposizione, non si dette pace per la sconfitta subita e cominciò ad attaccare i nuovi Amministratori non tanto nel loro nel politico quanto nella condotta morale di privati cittadini, giungendo a denigrarli pubblicamente. Fece perfino stampare le sue maldicenze su un giornale di Taranto, intitolato «L'Eco dei due mari».
Gli Amministratori Comunali risposero a queste ingiurie tramite un libello scritto dal sacerdote don Cosimo De Angelis, contenente tutta la cronistoria degli abusi e delle prepotenze del Monaco, fatte fino al 1866. (L'opuscolo fu però firmato da Luigi Carone!).
Alla risposta degli Amministratori, il Monaco fece seguire una tardiva querela per diffamazione, nel 1869.
L'aria era divenuta nuovamente irrespirabile in Oria!
Gli Amministratori, a questo punto, sollecitarono un'inchiesta della Magistratura affinché appurasse l'operato del Monaco per tutti gli anni del suo mandato di «Commissario straordinario» e di «Capitano della Guardia Nazionale» e indagasse sulla sua responsabilità morale nella vicenda del tumulto del 31 marzo 1861.
Furono cosi incriminati:
Camillo Monaco, Capitano della Guardia Nazionale, Assessore e Consigliere Municipale; Orsini Francesco, guardia extralegale; Biasi Francesco, guardia extralegale; Di Mauro Pasquale, guardia extralegale, calzolaio; Fella Noè, guardia extralegale, falegname (pregiudicato e condannato per furto); Patisso Giuseppe, guardia extralegale, falegname (pregiudicato e condannato per furto); Attanasio Vincenzo, guardia extralegale.
Il Pubblico Ministero definì costoro «uomini pessimi» e «Bravi» per usare le parole testuali. Lo stesso giudizio fu espresso nella Deliberazione della Camera di Consiglio (vol. 2°, foglio 170).
«Camillo Monaco — cosi si legge — capo del paese, aveva i suoi fidi; tra questi annoveravansi gli imputati e qualche altro che erano reputati "Bravi" del tempo di mezzo. Tutto era in quella stagione lecito a costoro. Minacce, villanie, insulti, battiture e furti vedevansi in quei dì e l'onesta gente taceva perché il Re di Oria in suo segreto tutto approvava. Dovettero in prosieguo sorgere giorni migliori per il trionfo della giustizia perché, rassicurati gli animi, dai cittadini furono denunciati e provate talune delle ribalderie consumate da quei tristi e Noè Fella e Giuseppe Patisso (facienti parte di questa triste associazione), come colpevoli di furto ora espiano la pena della reclusione».
I capi di imputazione per il Monaco e per i suoi collaboratori furono:
1)-Furto dei troni episcopali della Chiesa di Oria;
2)-Violazione di domicilio;
3)-Arresti arbitrari e abuso di potere;
4)-Cagionamento della morte di tre cittadini;
5)-Calunnie contro Francesco De Angelis;
6)-Grassazione ai danni di Francesco Russo.
Camillo Monaco, per difendersi, dovette ricorrere ai migliori avvocati del foro leccese, tra cui l’avv. Leonardo Frascassovitti, l'avv. Vincenzo Barletti, l'avv. Marco Paladini e l'avv. Giuseppe Falco, i quali sostennero, durante il dibattimento, la faziosità dell'accusa, l'insufficienza delle prove, l'ineluttabilità della necessità di stato e l'inesistenza delle minacce al Giudice mandamentale.
Il verdetto fu di assoluzione per il Monaco e per tutti gli altri imputati con le seguenti motivazioni:
- molti omicidi, consumati durante quegli anni di trapasso politico, erano rimasti impuniti;
- la causa era stata celebrata dopo diverso tempo dall'avvenimento dei fatti;
- l'esasperata faziosità dei testimoni a carico e a scarico aveva nociuto alla ricerca della verità.
Il «Cittadino Leccese» del 1° aprile 1871 esaltò la decisione dei giudici, scrivendo: «Noi siamo lieti che a Camillo Monaco, patriota di antica data, sia stata resa la libertà che gli era stata tolta, sol per aver fatto il suo dovere in difesa dell'ordine e del pubblico diritto».
«Il Propugnatore», un altro giornale salentino, il 3 aprile dello stesso anno, usciva con la notizia dell'assoluzione del Monaco e con una breve cronistoria del tumulto che aveva causato la morte di tre cittadini, insinuando, infine, che la causa era stata voluta dai nemici del partito liberale.
Oggi, grazie al ritrovamento del carteggio in copia presso la famiglia Filotico, (carteggio della causa contro Camillo Monaco, conservato nell'Archivio privato della Famiglia Filotico di Oria, composto da 270 fogli rilegati più n. 3 giornali riportanti l'episodio (n. 2 «Cittadino Leccese»; n. 1 «Il Propugnatore») gli avvenimenti di quel tempo possono essere rivisitati con maggiore analisi.
A noi che l'abbiamo letto attentamente, il Carteggio ci ha dato l'occasione di ritrovare molti elementi nuovi che ci portano ad essere abbastanza critici nei confronti del Monaco, vedendo in lui non tanto l'autore materiale della morte dei tre poveri disgraziati cittadini, quanto l'autore morale e l'organizzatore consapevole del fatto di sangue.
Era il giorno di Pasqua, un giorno festivo, durante il quale i paesani solevano radunarsi in Piazza Manfredi per incontrarsi e discorrere tra loro.
Da circa due settimane era stato celebrato in Italia l'Anniversario dell'Unità e quel giorno festivo dovette essere ritenuto dai liberali abbastanza adatto perché in Oria se ne rievocasse la memoria.
Per questo motivo il Monaco aveva fatto arrestare numerosi cittadini, tra cui Cosimo Mola e Cosimo Calò, da lui ritenuti «sobillatori» in quanto avevano prezzolato dei ragazzi perché gridassero in Piazza «Viva Francesco II».
Nel pomeriggio, fu fatta sfilare la Banda cittadina per le vie del paese.
L'accompagnavano dei mestatori politici, amici del Monaco, che bastonavano e minacciavano coloro che non gridavano «Viva Vittorio Emanuele II».
Giunta in Piazza la banda, il Sergente della Guardia Nazionale, don Nicola Pinto, fu invitato dal Monaco a tenere un pubblico comizio.
Dovette esserci qualche manifestazione di insofferenza da parte di qualche cittadino fìloborbonico se il Monaco fece intervenire la Guardia Nazionale.
Il suo intervento fu cosi violento che in poco tempo giacquero per terra, in una pozza di sangue, finiti a colpi di baionetta, Marcello Sartorio, suonatore di piatti, Pasquale Pastorelli, ex borbonico, manovale, e Pietro Sartorio, padre di Marcello, suonatore di trombone.
Che l'intervento della Guardia Nazionale fosse inutile lo si deduce ampiamente dalle deposizioni rese durante il processo:
Francesco D'Amico, guardia nazionale, dichiarò che né il sabato né la domenica di Pasqua vi era ragione di temere una rivolta.
Vincenzo D'Amico disse che in quella maniera si erano voluti togliere di mezzo i «retrivi».
Angelo De Angelis, guardia nazionale, disse che la Guardia non era stata né minacciata né provocata.
Domenico Greco definì le Guardie Nazionali «schiuma di briganti», protetti dal Monaco. Giovanni Toscano, guardia nazionale, accusò il Monaco, dicendo che fu lui ad aizzare le guardie.
Domenico Trincherà affermò che a tirare colpi di baionetta fu l'Orsini, una guardia extralegale. Pietro Conte disse che non vi era bisogno dell'intervento della Guardia Nazionale in Piazza. Pasquale Attanasi affermò che era inutile la riunione in Piazza, stante il fatto che vi era pericolo di reazione. Isabella Antonini, madre del Pastorelli ucciso in Piazza, accusò di omicidio le extraguardie Orsini e Biasi e definì il Monaco « il Re del paese ».
Che l'intervento della Guardia Nazionale fosse, inoltre, provocatorio, lo si deduce dal fatto che la fazione borbonica era stata resa impotente a nuocere, giacché il Monaco aveva fatto arrestare oltre al Mola e al Calò, Angelo Masiello, contadino; Cosimo Mingolla, contadino; Cosimo De Fazio, contadino; Pasquale Barone, proprietario; Raffaele Manisco, contadino e Luciano Manisco, ex soldato borbonico, sbandato.
Dal Carteggio, infine, apprendiamo che nelle mani degli uccisi, presunti agitatori, non vi fu trovata un'arma; che il dottore Giuseppe Danusci, incaricato ad eseguire l'autopsia fu minacciato dai «liberali» e che il Giudice Istruttore permise la ricognizione dei cadaveri e l'autopsia dopo qualche giorno, quando la decomposizione era già in stato avanzato.
Un'ombra, dunque, cala su questa figura che l'opinione pubblica ha sempre ritenuto un eroe garibaldino e che in seguito al ritrovamento del Carteggio appare piuttosto un fazionario violento e prepotente.
Quale delle due immagini è la vera?
Agli studiosi la risposta!
Noi ne abbiamo voluto parlare non per desiderio di dissacrare e gettare nel fango la personalità di un uomo ma per amore della ricerca storica e della verità.

Prof. Antonio Benvenuto


PRESENTAZIONE di Anna Maria Andriani sulla riproduzione anastatica del volume Un Attendibile: Camillo Monaco (1927), scritto dal figlio Attilio, in occasione del bicentenario della nascita di Giuseppe Mazzini. Anno 2006.

L'edizione del volume Un Attendibile: Camillo Monaco (1927), scritto dal figlio Attilio, documenta la storia di un patriota nel contesto del movimento risorgimentale salentino e nazionale, che mirava all'indipendenza e a un regime di libertà, fortemente ispirato al pensiero e all'azione di Giuseppe Mazzini.
Camillo Monaco (1819-1896), terzogenito di Pasquale ("gentiluomo" e proprietario) e di Gaetana Vita di Veglie, nel 1838 si arruolò nella Guardia d'Onore in Terra d'Otranto e, nel 1841, si trasferì a Napoli per frequentare gli studi giuridici. Una volta nella capitale del Regno delle Due Sicilie, egli entrò nella grande conversazione ideologica italiana ed europea e diede inizio alla sua avventurosa storia di "liberale temerario mazziniano". Il 6 luglio 1856, a Napoli, sposò Nicoletta Leanza dalla quale ebbe nove figli: sei maschi e tre femmine. Affascinato dagli ideali di libertà e di indipendenza, commosso dal tentativo fallito dei fratelli Bandiera, egli chiamò i suoi primi due figli Emilio e Attilio; Garibaldi fu il nome del penultimo figlio, nato nel 1864, e Italia quello della figlia nata nel 1873. Sorvegliato dalla polizia borbonica, entrò nel mirino del commissario Morbilli, il quale aveva intrapreso una "crociata contro i barbuti" nel 1850.
La famiglia Monaco viveva in Oria, modesto centro agricolo economicamente e socialmente arretrato, del distretto di Brindisi. Nella città, governata da un Decurionato, la popolazione era distinta in ricchi proprietari o galantuomini proprietari, civili professionisti, "artieri", contadini e braccianti. Due i partiti politici: uno sostenitore del tradizionale regime borbonico e l'altro orientato verso il nuovo ordine di cose, in cui si identificavano le "ambizioni del Monaco".

Un Attendibile si legge come un diario dell'avventura umana e politica di Camillo Monaco, ricostruito dall'interno - con il portato delle emozioni e delle tradizioni di famiglia dello scrivente, figlio del protagonista - con la razionalizzazione e il distacco dello storico, ma anche di quello stesso figlio ormai in pensione, ma che era stato, anche, cittadino del mondo. Attilio, allora, volle fissare sulla pagina quello che William Wordsworth chiamava "emotion recollected in tranquillity" (emozione ricordata in tranquillità): le lotte per l'indipendenza che avevano preceduto la sua infanzia e i cui racconti avevano nutrito la sua adolescenza. Il lettore di Un Attendibile nota, comunque, tra le righe, una trepida, velata tristezza nei punti in cui lo scrittore-figlio non riesce a spiegare atteggiamenti e comportamenti, a disperdere le ombre, a fugare per sempre insinuazioni e terribili dubbi, quasi volesse giustificarsi di fronte al padre - protagonista della biografia - e di fronte agli altri martiri della libertà, per non essere riuscito a capire appieno e a far piena luce sulle ombre del sospetto. Preoccupato a illuminare le zone buie che avvolgono la vita del padre, soprattutto in quel difficile periodo vissuto a Napoli a cavallo tra 1848 e 1860, il figlio biografo intuisce, sfiora le questioni, ma non tace i dubbi circa l'azione del padre; tace, invece, sui due processi del 1861 e del 1870 circa "i fatti delittuosi" accaduti in Oria il giorno di Pasqua, 31 marzo 1861.
Traspare dalla lettura dell'Attendibile il profondo senso di solidarietà umana col padre, esponente di una nobile tradizione famigliare e di un momento storico, dei quali comprende le varie esperienze, uniche e irripetibili. L'autore coglie nei protagonisti la triplice valenza culturale, storica e umana, insieme con la tensione politica. Camillo Monaco emerge come un personaggio chiave della storia di Oria e prezioso anello di raccordo, come apostolo e protagonista del movimento repubblicano unitario nazionale basato sul "Pensiero e Azione" mazziniano.

Proponendo all'attenzione del pubblico Un Attendibile: Camillo Monaco si è voluto aggiungere un'altra tessera mancante - dopo quella di Sir James Lacaita - a quel gran mosaico della nostra storia nazionale.
Il che non significa che il caso Camillo Monaco sia stato risolto, perché la domanda resta: chi è stato veramente Camillo Monaco? Cosa ha fatto?

Egli fu, anche come risulta dagli atti del processo del 1861:
"il Regio Subeconomo della Diocesi di Oria per l'operosità prestata nei fatti dal 1860 al 1861; il Regio Delegato Straordinario in Torre Santa Susanna; il Maggiore della Guardia Nazionale investito dell'onore e del titolo di Cavaliere dei SS.ti Maurizio e Lazzaro; il Consigliere Provinciale; il Presidente della Congregazione di Carità; l'Esattore Fondiario [carica cui il Monaco rinunciò perché "lucrativa"]".
E, come controparte, egli fu visto anche come
"Feudatario del Medio Evo, anzi [...] Re del paese colla sua corte di Bravi, ordina e fa eseguire violenze e delitti contro i forzati vassalli"?.
Pertanto, solo uno studio incrociato delle fonti reperibili potrebbe fare emergere più chiaramente la figura di Camillo Monaco.
La proposta editoriale della sua biografia delineata dal figlio Attilio, arricchita anche dell'Albero Genealogico della famiglia Monaco e degli Indici dei nomi e dei luoghi, offrendo altra materia di riflessione, vuole essere un invito ad ampliare e approfondire le ricerche.
A. M. Andriani

[A pag. 15 de Un Attendibile (a cura del figlio Attilio) si legge: “In queste pagine, che non contengono la cronaca di avvenimenti straordinari o l’accenno a condanne gravi, riporto solo particolari di persecuzioni e di angherie poliziesche contro un attendibile, mio Padre: vecchie cose di un mondo scomparso, sperdute nel turbinio degli anni, e di cui non resta altra traccia che in carte di archivio, ora sature di muffa e di passato, ma che temibili mani hanno scritto e sfogliato.”]



Qui di seguito trascrivo un profilo tracciato dal Dr. Pasquale Spina nel suo bellissimo libro sulla toponomastica oritana: "Oria/ strade vecchie, nomi nuovi; strade nuove, nomi vecchi. Anno 2003.

[Il personaggio cui è dedicata questa via è senz'altro un protagonista della vita oritana nella seconda metà dell'ottocento. Camillo Monaco nacque il 22 febbraio del 1819 da Pasquale e da Gaetana Vita. Apparteneva ad una delle famiglie più antiche e ricche di Oria. A leggere i due lavori più probanti scritti su C. Monaco, la biografia del figlio Attilio e il processo di A. Benvenuto, sembra, quasi, di trovarsi di fronte a due personaggi completamente diversi: da un lato il martire dei borboni, il patriota ispirato da ideali di libertà, il propugnatore di idee nuove; dall'altro un personaggio prepotente e vendicativo che per perseguitare le sue vittime non esitava a usare la violenza. Come al solito la verità non sta mai tutta da una parte: a prescindere che avesse o meno degli ideali di libertà, subì, fino al 1860, diversi processi e condanne da parte della giustizia borbonica.
All'avvento dei Savoia potè finalmente mettere in atto le sue aspirazioni di essere protagonista della vita politica e amministrativa della sua Città: da allora e fino alla sua morte non vi furono cariche e missioni comunali alle quali Camillo Monaco non fosse chiamato. Fu nominato commissario del Governo Provvisorio Dittatoriale, fu, quasi ininterrottamente, consigliere comunale, per lunghissimi periodi, assessore, e fu anche sindaco facente funzione. Contemporaneamente a questi incarichi amministrativi Camillo Monaco ricopriva altre cariche assai prestigiose: fu Maggiore della Guardia Nazionale e Comandante del battaglione di tutto il Mandamento, fu il primo Presidente della Congregazione della Carità e fu Sub-economo Diocesano di Oria nominato con Decreto Ministeriale dell'8 marzo 1863.
Accentrando tutto questo potere, era inevitabile che non si presentassero occasioni in cui Camillo Monaco avesse modo di esercitare quelle vendette nei confronti di coloro dai quali era stato avversato nel periodo borbonico.]


Qui di seguito un pezzo tratto dal libro: "La Diocesi di Oria nell'800, di Carmelo Turrisi".
Emerge un’altra interessante figura di quei tempi: quella del vescovo di Oria Luigi Margarita.

Il movimento risorgimentale si evolve sotto Ferdinando II (1830-1859) il cui governo, sebbene più aperto ai problemi del tempo e meglio disposto di fronte alle innovazioni positive del Decennio francese, non riuscì tuttavia a soddisfare il movimento trasformista guidato dalla borghesia intellettuale il cui programma includeva una migliore «organizzazione amministrativo-burocratica, uniforme e accentratrice, contro il caos delle legislazioni e degli istituti, e le stratificazioni delle consuetudini privilegiate; anticlericalismo, o meglio anticurialismo... tolleranza religiosa e incipiente laicizzazione dello stato e della vita sociale... ». Il nunzio mons. Antonio Garibaldi avvalorava la fondatezza di queste richieste scrivendo al segretario di stato monsignor Ferretti a proposito dell'ormai famoso opuscolo di Luigi Settembrini intitolato «La protesta del popolo delle Due Sicilie» del 1847:
Il libello è dispiaciuto assai alle persone affezzionate al Re, perché si cerca di rendere odiosa la persona del Monarca, procurando di farlo comparire colpevole di tutto il male della pubblica amministrazione che si espone e deplora, attribuendogli maggiori difetti che non ha, e dissimulando quello che avvi di buono in Lui. Però conviene dire che la sostanza dei pubblici mali, contro i quali si reclama, è purtroppo seria: voglio dire la mancanza d'ordine e di legalità nell'amministrazione, di zelo e probità nei pubblici impiegati dall'alto in basso, fatte ben inteso le debite eccezioni, che come vere eccezioni debbono realmente riguardarsi.
Si giunse pertanto per conseguenza alla rivoluzione del 1848 e alla concessione della Costituzione del 29 gennaio che accordava le guarantigie rappresentative e istituiva il parlamento nazionale. La notizia, giunta in Puglia il 1° febbraio, sollevò entusiastiche accoglienze. Si ebbe la sensazione d'essere usciti dal caos e dal buio. Anche i « Rapporti periodici della polizia » dell'anno notificavano l'accoglienza festosa della Costituzione a Sava, a Francavilla, a Ceglie ed a Oria, dove accaddero pure vari disordini dettati dall'antica rivalità tra « poveri e ricchi ». Le illusioni suscitate dalla concessa Costituzione durarono fino al 12 marzo 1848 quando fu ritirata e furono raccolte firme di adesione alla iniziativa, suscitando la reazione immediata dei liberali. La diocesi stessa ne fu coinvolta (Vedi Nota 1). Il governo rimediò subito con rinforzate misure poliziesche e condanne contro i fautori della Costituzione.
Alla morte di Ferdinando II, che trascorse gli ultimi anni di regno nel « più completo assolutismo », salì sul trono il figlio Francesco II, al quale fu riservata la triste sorte di assistere alla scomparsa della dinastia borbonica dal regno delle Due Sicilie sotto la spinta dell’azione dei Mille. Dopo la presa di Napoli (7 settembre 1859) e quella di Gaeta (13 febbraio 1861), lasciò definitivamente il paese ritirandosi a Roma, da dove alimentò una debole reazione favorendo la rinascita del brigantaggio (Vedi Nota 2).
Negli ultimi anni della monarchia borbonica la diocesi di Oria fu retta dal Margarita nativo di Francavilla Fontana, unico vescovo di questo periodo uscito dall'ambito stesso della diocesi. Nei Processi fu descritto:
Vir gravitate, prudentia, doctrina, morum probitate, rerumque experientia praeditus et in ecclesiasticis functionibus apprime versatus, dignus propterea, qui Ecclesiae Oritanae in Episcopum praeficiatur.
Per Pietro Palumbo, autore di una storia di Francavilla, liberale e aperto oppositore del Margarita, questi sarebbe stato eletto alla cattedra di Oria « per protezione sovrana più che per meriti, non essendo altro che un mediocre frate della Congregazione di S. Vincenzo dei Paoli » legata alla causa borbonica, agevolato dal fratello Antonio che aveva raggiunto una potenza economica sposando una della famiglia Bottari. Qualche anno più tardi la sua nomina fu sospettata di simonia. Il canonico De Angelis, facendo ricorso al s. Padre nel 1857 contro il proprio vescovo, scriveva:
[... solo rassegno a V. Beatitudine, che oltre tanta inettezza si benigni prendere in considerazione la simonia pubblicamente nota... La simonia di Margarita fu strombettata pel Regno da un servo moro, che portò 8 mila ducati; e la Diocesi adesso ne può contestar tanti fatti.]
Questa affermazione, non potendo essere valutata criticamente per la mancanza di altri documenti, può sembrare almeno sospetta tenendo conto che il De Angelis era stato relegato in un convento di Ruvo dal Margarita. La notizia della simonia fu comunque raccolta da alcuni autori come il Palumbo e l’Argentina. Il primo parla di 12 mila ducati e mette in risalto lo spirito di arrivismo del Margarita. L'Argentina parla invece di 18 mila ducati offerti al ministro del Culto perché venisse proposta la sua persona alla s. Sede per occupare una cattedra vescovile. Ma non se ne mostra certo, anzi stima l'accusa di simonia « un mendacio calunnioso »:
I 18.000 ducati-oro se veramente sborsati al Ministro borbonico dei Culti dell'epoca, non implicavano il delitto di simonia, perché serviti ad ottenere che il P. Luigi Margarita della Missione fosse proposto alla Santa Sede per la nomina a vescovo di Oria, come persona meritevole e gradita alla R. Corona di Napoli. Si comprava in effetti la proposta, che poteva anche essere bocciata, e non il beneficio ecclesiastico da chi aveva la facoltà di conferirlo (Nota 3).
Più attendibile sembra invece l'insinuazione che il governo avesse proposto il Margarita alla s. Sede per le sue tendenze spiccatamente borboniche e che lo avesse destinato ad una diocesi dichiarata da alcuni « nido tradizionale di assolutismo e di prepotenza » e dove certamente tutti i vescovi predecessori avevano dimostrato indiscusso attaccamento ai Borboni. È certo che il periodo dell'episcopato del Margarita in Oria è da annoverarsi tra i più agitati e difficili per le situazioni politico-sociali che richiedevano un certo adattamento psicologico al quale egli non era preparato. Perciò non fu in grado di concepire, per i vari problemi che si affacciavano alla ribalta della storia, una soluzione diversa dal giurisdizionalismo confessionale borbonico considerato ancora un « caposaldo per l'opera di ricostruzione, di cui appariva cosi urgente il bisogno ».Ciò spiega pure quel certo servilismo del Margarita ai Borboni riconosciutogli anche dal nunzio (Vedi Nota 4).
Ma la monarchia borbonica aveva concluso la sua storia nel Sud e quando scomparve alla fine del '59 non suscitò meraviglia, giacché da tempo si avvertiva di non poter assolvere alla sua missione più oltre. Diverse cause avevano preparato la sua fine: la frattura con la cultura illuministica meridionale che aveva appoggiato spesso il riformismo borbonico credendo, a differenza di altri stati, nella possibilità di una collaborazione ma su basi più democratiche; la crisi dell'istruzione, dell'esercito e della burocrazia, la triste situazione economica che, nonostante i tentativi di riforma, non riusciva a sollevare le condizioni del popolo; e infine la mancanza di una attenta diplomazia nel campo delle alleanze che la costrinsero a rimanere sempre nel cerchio dell'influenza austriaca. È per questo che il Margarita, borbonico per devozione, cominciò a subire le conseguenze delle sue scelte politiche all'indomani della scomparsa dei Borboni, insieme a gran parte dell'episcopato meridionale. Non mancò chi pensava che i vescovi del Sud avessero aderito al nuovo assetto politico solo per voler pacificare le diverse fazioni. Si trattava, scrive la « Civiltà Cattolica », d'imposture contro di essi:
Di che poi, secondo il solito, si valsero i sovvertitori per mettere i Vescovi in aspetto di sleali e felloni al legittimo loro Re, lodandoli d'aver aderito al nuovo ordine colà stabilito dal tradimento e dalla forza. Ciò è falsissimo. Assai pochi tra i Vescovi piegarono a tanta viltà, e parecchi, come a cagion d'esempio, l'Ordinario di Altamura, scrissero lettere molto energiche per disdire l'imposture con cui faceasi di loro bontà si perfido abuso, mettendoli in mostra di aderenti alla rivoluzione. Cosi suole ripagarsi dai tristi la pietà e la carità del Clero.
Questa fedeltà dell'episcopato alla causa borbonica, a differenza del basso clero, venne dichiarata anche in una relazione del 18 agosto 1860 al ministro degli Interni:
Un fatto ho da segnalare a V.E. quasi universale, e che in modi più o meno espressi si ripete, in presso che tutte le diocesi del Regno; ed è che i Vescovi si scuoprono, generalmente parlando, avversi al nuovo ordine di cose. Solamente ci ha differenza nel modo, che alcuni fanno allo Statuto una opposizione quasi direi passiva, non consentendo che si svolga con quelle libertà ed in quella maniera, che si richiede a voler che porti frutti degni della maturità dei tempi in che siamo. Altri poi, più vivo contrasto facendogli, e quasi la divisa vestendo di congiuratori, dimentichi ad un tempo e dell'ufficio sacerdotale e del debito di cittadini, colla parola che è possente sulle loro labbra, e con atti scopertamente ostili, si fanno centro di reazione, e gli onesti liberali inducono a pensieri che non ebber mai, togliendo forza al Governo, ed il paese ponendo in sullo sdrucciolo di cadere nell'anarchia... (Vedi Nota 5).
Tra i vescovi ritenuti responsabili di opporsi alla concessione dello Statuto costi-tuzionale accordato da Francesco II nel '48 e richiamato in vigore con un decreto del 1° luglio 1860, fu inserito pure il Margarita insieme ad una parte del suo clero.
Ma la reazione anticostituzionale del clero e dei lavoratori fu generale nel Salento.
Gli anni che seguirono all'Unità d'Italia segnarono lo scontro, in politica ecclesiastica, del « rigido giurisdizionalismo meridionale » con la formula concepita dal Cavour della libertà dello Stato e della Chiesa. Ciò non piacque al ministro Mancini e ad altri meridionalisti i quali ammettevano che lo Stato dovesse continuare ad esercitare le sue storiche prerogative dell'exequatur, del placet e simili che lo ponevano in una posizione di supremazia sulla Chiesa. Questa divergenza di vedute si manifestò pure quando fu presentato il disegno di legge delle Guarentigie per sistemare la posizione della S. Sede dopo la presa di Roma e la caduta del potere temporale. Essa era stata impostata sulla nuova formula cavouriana del separatismo tra Stato e Chiesa.
Tuttavia questi anni furono dolorosi per i vescovi del regno che manifestarono con lettere pastorali il loro sentimento sulle « luttuose vicende » italiane, dimostrando solidarietà al papa per i fatti dello Stato Pontificio. Nel gennaio 1860 l’episcopato del regno di Napoli indirizzò una lettera al Papa, che recava anche la firma del Margarita. L'azione politica del Margarita risente di queste circostanze. Egli, pur avendo avuto per maestro il P. Tommaso Contieri di tendenza liberale, rimase filoborbonico, anzi fu creduto « spia borbonica ». Eppure egli stesso aveva dichiarato al nunzio che uno dei primi atti del suo episcopato era stato « di non immischiarsi in faccende politiche, ma di continuare nella santa Missione del Sacerdozio » insieme al suo clero. E tuttavia fu obbligato ad occuparsene sia perché credeva nella missione dei Borboni a favore della Chiesa, sia perché stimolato dalle numerose adesioni del suo clero al nuovo assetto politico. La sua autorità gravò sui preti liberali i quali, nei ricorsi alle autorità e nelle adunanze capitolari, lo descrissero non pastore ma commissario di polizia, « religioso strumento della tirannide borbonica », avvolto in litigi, seminatore di dissensi, di desolazione e di pianto per i preti liberali che spesso egli castiga. E pertanto egli fu costretto a subire le conseguenze del suo agire da parte della reazione liberale quando fu proclamata la Costituzione. Si manifestò contro di lui e la sua famiglia religiosa creduta anch'essa « spia borbonica ». Si ritirò a Francavilla per tranquillità. Parte del numeroso clero, quello liberale, della sua natale città non ne gradi la presenza ed avanzò al sindaco Nicola Barbaro-Forleo la richiesta di allontanarlo:
Urgente ed imperioso bisogno proclama pronta sortita di questo indegno prelato. Per lo che la presente petizione caldamente a voi si raccomanda o Sindaco e Decurioni che di nostra patria i bisogni rappresentate acciò autenticata da vostra decisione, rassegnata fosse all'Intendente per l'efficacia di sua esecuzione.
Il 16 agosto 1860 il decurionato votò per acclamazione l'assoluto trasloco del Vescovo e del fratello Segretario acciò non avvenisse alcun disordine fra questa popolazione che mal vede il suddetto Prelato e perché fosse provveduta la Mensa Vescovile ora vacante nel fatto, il che tiene in disordine i Cleri e perciò i popoli della Diocesi (Vedi Nota 6).
E si voleva pure che il clero non liberale fosse privato delle cariche, perché era ritenuto responsabile delle discordie tra la popolazione. Sotto la pressione del decurionato che aveva avanzato un rapporto al governatore della Terra d'Otranto si allontanò dalla sua famiglia ritirandosi a Napoli a S. Giovanni a Teduccio affidando la diocesi al tesoriere D. Pasquale Maggio. Essendo questi dello stesso indirizzo politico del vescovo fu costretto a dimettersi il 4 settembre 1860, e il suo posto fu occupato dal vecchio D. Cosimo Lombardi sostenuto dai liberali rivoluzionari che assalirono il palazzo vescovile, ruppero il trono e bruciarono lo stemma vescovile, mentre altri « ambiziosi del Capitolo Oritano, interpretando secondo il proprio punto di vista le leggi canoniche, persuasero i Colleghi a dichiarare la Diocesi di Oria sede vacante, per l'assenza del Vescovo e l'ignoranza del suo domicilio e a domandare alla Luogotenenza di Napoli il sequestro delle rendite della Mensa Vescovile » (Vedi Nota 7). Il Lombardi durò in carica pochi mesi, e il 1861 si dimise per motivi di salute o forse perché il vescovo dichiarò nulla la sua elezione. Nonostante che la Luogotenenza di Napoli lo consigliasse non gli fu dato un sostituto e per conseguenza il diritto passò alla chiesa metropolitana di Taranto. Essendo mons. Giuseppe Rotondo (1855-1885) lontano per le stesse ragioni politiche che avevano colpito il Margarita, l’elezione fu fatta dal suo vicario canonico D. Agostino Baffi che mandò ad Oria D. Ciro Pignatelli di Grottaglie. Ma la s. Congregazione dei Vescovi e Regolari diffidò il Pignatelli con un rescritto del 23 novembre 1861, nominando al suo posto il canonico D. Vincenzo De Angelis. Pignatelli non solo non si dimise, ma ottenne dal governo di far relegare il De Angelis prima in Brindisi e poi in Lecce. Grande fu il disordine e profonda la rottura tra il clero margaritano che faceva capo al canonico Maggio e il liberale che riconosceva il Pignatelli. Al primo erano rimaste poche chiese per officiare, ma furono scelte dalla maggioranza del popolo per ricevere il battesimo e celebrare i matrimoni. Si sviluppò un certo disorientamento anche nei monasteri femminili che rifiutarono l'autorità del Pignatelli perché la dichiaravano illegittima « e di esser solo legittima — scriveva lo stesso Pignatelli — quella del famigerato lontano Vescovo Margarita, e del suo Pro-Vicario Generale Can. De Angelis ». Il canonico De Angelis, da Lecce dove era relegato, non cessava, secondo il rapporto del Pignatelli, di seminare in tutti i paesi di questa Diocesi la più accanita ragione morale, e politica insinuando a vari Ecclesiastici isconoscermi, come han fatto, con provocare dalla S. Sede rescritti, darli corso non ostante scevri di Regio Exequatur, dé quali mi onoro confogliarne uno capitatomi, e dal medesimo con sua Relazione procurato, dal quale si rileva chiaro, che nell'atto, che io governo questa Diocesi come Vicario Capitolare, egli si sforza furtivamente governar da Vicario Generale.
La posizione del relatore divenne infine insostenibile per l'accanita lotta mossagli dagli avversari, che egli chiamava « emissari Borboniani e Margaritiani », e si dimise il 25 settembre 1863. Gli successe nuovamente il canonico Maggio per volere del vescovo e furono favoriti questa volta i margaritani fino alla venuta del Margarita nel '66, che però, costretto nuovamente ad allontanarsi colpito dalla legge Crispi dei «sospetti » del maggio 1866, accusato « quale perturbatore dell'ordine pubblico », fu relegato prima a Lecce, poi a Fenestrelle, da dove tornò con una forma di sordità abbastanza seria da cui non si rimise mai completamente. Nel '67 ritornò definitivamente in sede.
Qui termina la crisi politica della diocesi ed inizia l'opera di ricostruzione pastorale per recuperare la parte del clero che aveva abbracciato il nuovo indirizzo liberale e ridare fiducia al popolo sconvolto dalle lotte intestine. Nella sua relazione ad limina del '66 il Margarita tracciò un quadro della situazione politica e morale della sua diocesi verificatasi durante i cinque anni circa di assenza notando le avversità e gli attacchi alla religione.
In questo stato di cose la Chiesa avrebbe avuto bisogno di elementi sensibili al nuovo ordinamento di cose per non compromettere del tutto l’azione pastorale.
Ci domandiamo se monsignor Margarita fu un vescovo preparato ad assolvere al suo compito pastorale. Egli, «lottatore nella difesa della fede », venne accusato di ostacolare « ogni più santo e ragionevole progresso ». Forse anche per il suo carattere egli non riuscì a guadagnarsi la stima e la collaborazione di tutto il suo clero. Nell'ambiente esacerbato delle critiche e dei ricorsi fu descritto come: « dispotico, dal carattere aspro, indelicato, poco avveduto, prepotente, idolatra di se stesso, vanitoso, caparbio, ingordo, avaro, crudele, dalle punizioni capricciose e dalle umiliazioni pubbliche, sino dai pergami... ». Non è da sottovalutare che anche in età borbonica l'assenza di pace nell'ambito della diocesi aveva suggerito a quel governo, nel 1854, il trasferimento ad altra sede che però venne rifiutato dal Margarita. Anche il nunzio sembrava convinto della fondatezza delle accuse contenute nei ricorsi per cui consigliava:
Ella nella sua penetrazione ben comprende quanta delicatezza nei momenti presenti si richiede per guidare in tutta carità il Clero, e quindi quanto studio abbisogna prima di decretare al medesimo delle punizioni.
Si è d'altronde rimarcato la molta facilità con la quale V.S.I. fino dai primordi del suo governo ha stimato far prevalere la spada dei castighi, al soave gioco della croce, dano a quasi tutti i Cleri della Sua Diocesi esempi di punizione... Anche la facilità di comminare le censure Canoniche, e la necessità di revocarle non produce il miglior effetto... Poggiato io sul principio che molto si ottiene con la dolcezza, e poco o niente col generalizzare le punizioni, ho convinzione che adopererà modi, e ponderazione, e carità nei castighi, e nelle risoluzioni tutte di qualche rilievo, e si guarderà dai consigli che lungi dal dirigerla al bene della Diocesi, ne procurerebbero il danno.
Quanto ai consiglieri ai quali accenna, il nunzio aveva accettato come vera la relazione dell'arcivescovo di Taranto, Raffaele Blundo (1835-55), su una diceria corrente nella diocesi di Oria secondo la quale i cleri « rimasero più dispiaciuti, perché le punizioni venivano dalle insinuazioni fatte dai cinque Fratelli del Vescovo, sicché dicono che i Vescovi di Oria sono sei, e non uno ».
Chi cercò di scusare il comportamento del Margarita fu il vescovo di Nardo, Luigi Vetta (1849-73), che riferiva al nunzio:
Da quelli stessi che biasimano, e riprendono la condotta del Vescovo rappresentasi la Diocesi di Oria come grandemente indisciplinata, e scorretta a segno da potersi giudicare effetto di santo zelo ciocché ad altri sembra impeto, rigore, e deferenza, e che al più potrebbe al Vescovo consigliarsi di usar alquanto maggior prudenza, e nella santa opera di rialzare la scaduta disciplina Ecclesiastica procedere con passo meno celere, e più misurato.
Esaminando le sue lettere ai capitoli delle chiese e i suoi vari interventi, abbiamo ricavato l'impressione di trovarci di fronte ad un vescovo zelante ma alquanto «dispotico », per usare il termine riferito dal suo clero. Ma quasi tutti i vescovi della diocesi in quel secolo usarono il sistema autoritario suggerito dalle circostanze, dal carattere degli ecclesiastici e da quel movimento riformistico che nell'800, a partire dalla Restaurazione, sembrò desse credito all'autorità anche in ambito religioso.

(Nota 1) A. S. Lecce, Rapporti... 1848, fasc. 3183. Il rapporto del 25 febbraio annotava per Oria: « ... se non che taluni esaltati qui, e della Classe dé Proletari, o di tenue possidenza svolgono in pubblico principi di liberalismo eccedente i limiti costituzionali. Evvi quì adottamento di bandiera, mappa, e nastri tricolori ». E il 6 marzo sempre per Oria: « Le voci, poi, e le poesie lette e cantate nella ricorrenza, comunque straripassino i limiti Costituzionali, sembrano piuttosto dettate dalla foga di godere d'una libertà licenziosa, anzicché d'eccitar sedizione... ».
In generale si nota nella provincia di Lecce: « Cospirazione o attentato per oggetto di cambiare il Governo ed eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ad armarsi contro l'autorità Reale, e discorsi tenuti in luoghi e adunanze pubbliche per provocare direttamente gli abitanti del Regno a distruggere e cambiare il Governo, a 19 maggio 1848 in Lecce » (cfr. ibid.: Atti d'istruttoria e di processura presso la gran corte speciale criminale di Terra d'Otranto per i fatti del Maggio 1848, pp. 3-6).
Molto attivi si dimostrarono il canonico D. Salvatore Filotico e lo Schiavoni di Manduria, i quali arringavano il popolo aizzandolo contro il re che descrivevano come assassino « autore di sangue e di eccidi » e insinuando « a sconoscerlo, e che da essi dovevansi governare »

(Nota 2) P. Palumbo, Storia di Francavilla F., vol. 2°, p. 91. Monsignor Margarita invitò il canonico Luigi Raggio, professore di letteratura nel seminario di Oria, a tessere l'elogio funebre di Ferdinando II. Ma il Raggio rifiutò l'incarico affermando che « la morale e la storia che egli seguiva, non giudicavano lodevole il complesso degli atti del defunto sovrano»

(Nota 3) P. PALUMBO, Storia di Francavilla F., voi. 2°, p. 86; F. ARGENTINA, Fatti del Risorgimento in Francavilla F. (1799-1860), Fasano 1965; ID., Monsignor Luigi Margarita vescovo di Oria e la lotta col suo clero durante il Risorgimento, Bari 1955, pp. 14-15; Mons. L. MARGARITA, Lettera pastorale al clero e al popolo, Napoli 1851, pp. 5 ss. Il Margarita si dichiarava sorpreso per « l'inaspettato annunzio » del suo episcopato. Se le sue parole sono sincere, egli era esente da qualsiasi azione « simoniaca ». Il problema resta aperto perché non avvalorato da documenti, ma basato sulla testimonianza di una sola persona. In più potrebbe inserirsi nelle mosse politiche dei suoi numerosi nemici.

(Nota 4) A. S. Vat., N. Nap., 107 Oria, int. 4: minuta del nunzio al cardinale Della Genga: «Sono convinto che Mons. Margherita cerchi rendersi benevolo il Governo mediante i suoi rapporti politici...».

(Nota 5) R. DE CESARE, La fine di un Regno (Napoli e Sicilia). Parte II. Regno di Francesco II, Città di Castello 1900, p. 282. Questa relazione del Direttore dell'Interno e della Polizia fu fatta in base ai rapporti degli Intendenti di nuova nomina di tendenza liberale. Cfr. pure: A. MONTICONE, I Vescovi meridionali: 1861-1878, in Chiesa e religiosità in Italia dopo l'Unità (1861-1878). I - Relazioni, Milano 1973, pp. 86-87. Sul carattere politico dei vescovi meridionali l'autore fa notare: « I Vescovi eletti anteriormente al 1861 erano in prevalenza piuttosto legati al governo borbonico e comunque profondamente avversi al movimento nazionale, tanto che quattro di essi abbandonaono le loro sedi inseguito agli avvenimenti del 1860 e rimasero a lungo assenti: il Margarita, vescovo di Oria, e il Materozzi, di Ruvo e Bitonto, erano ancora a fine 1866 nella lista di coloro che il governo riteneva non avrebbero potuto ritornare in sede; il Bruni, di Ugento, era fuggito a Napoli, ove pure si era ritirato il 1860 il Rotondo di Taranto, restandovi fino al 1871; F. GAUDIOSO, Episodi reazionari del clero di terra d'Otranto nel 1861-1865, in « Annali » della Facoltà di Magistero di Lecce, III (1973-1974), Bari 1974, pp. 227 ss.

(Nota 6) P. Palumbo, cit.; A. S. Lecce, Atti del Governatore di Terra d'Otranto, fase. 16, ottobre 1860. Contiene le due lettere del sindaco Barbaro-Forleo. Nella prima egli notifica al Governatore: « è stata approvata una petizione sottoscritta dal Clero, comunità religiose, notabili secolari e da vari altri del ceto medio con la quale a nome di questa popolazione dimandavasi pronto allontanamento del Vescovo Margarita dalla Diocesi, e il suo fratello D. Tommaso di lui segretario, e provocavasi pure la loro traslocazione, provvedendosi di altro vescovo la diocesi. E ciò perché la loro semplice esistenza nella stessa era una continuata minaccia all'ordine pubblico ».
Nella seconda lettera afferma: « Sappia che questa popolazione abbrividisce al solo nome di Margarita tanto è l'abborrimento e l'odio contro di costui ».
Il fratello del vescovo, Antonio, spiega invece diversamente il momentaneo allontanamento del vescovo da Oria: egli, stimato « quale uno dei primi proprietari terreni di quel Comune è stato sempre tenuto di mira da pochi malevoli che non rispettano le leggi e l'ordine pubblico e privato, per effetto d'invidia. Il supplicante per evitare gl'inconvenienti e vie di fatto contro di lui e la sua famiglia nel seguito cambiamento politico e nei primi movimenti che in molti comuni del regno han prodotto dei disordini cercò di allontanarsi per poco in altra città».

(Nota 7) F. Argentina, Fatti..., pp. 88-89. Cfr. pure: A. S. Nap., A. Borbone, 2220, II inv.: Colpo d'occhio su le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell'anno 1862 (non è citato l'autore), p. 2, nota 1. È riportato il parere della stampa neutrale del tempo sul comportamento del governo nei confronti dell'episcopato meridionale: « Quando da' Municipii del Napoletano si fanno istanze al governo, come in parecchie Diocesi è avvenuto, perché sia richiamato il Vescovo nella sua residenza, il governo risponde essere i Vescovi perfettamente liberi.
Nello stesso tempo dà a' Vescovi il consiglio di non ritornare per ora, per non correre pericolo nelle ostilità, e reazioni.
Intanto li riguarda come assenti volontariamente, e ne confìsca i beni della Mensa, eccitando lo zelo dé suoi esattori con l'aumento del compenso dal 3 al 20 per cento su le rendite Vescovili che introitano ».
La domanda nasce spontanea: “In quale casa è nato Camillo Monaco? “ Risposta: “Io non lo so, ma posso dirvi con certezza che una famiglia oritana custodisce gelosamente alcuni effetti personali (finanche la sua culla) del “Re di Oria” (come venne definito in occasione del processo a C. Monaco dalla madre di uno degli oritani morti.)